Piramide sull'Everest Tutto è cominciato per caso. O quasi. Sergio Rozzi è un abruzzese di trentanove anni dal fisico esile e dai modi pacati. Ama vivere all’aria aperta. Non per niente è responsabile del Servizio Tecnico presso il Parco Nazionale d’Abruzzo. Gli piace correre e ci si butta in maniera “istintiva”, nel silenzio dei boschi, un sentiero dopo l’altro fino a non farcela più. Adora la montagna, i suoi colori, la sua solitudine, la magica atmosfera di pace che permea quegli scampoli di verde e granito non ancora contaminati dalla insaziabile frenesia umana. Sogna l’avventura, l’evasione, i viaggi. Avezzano, il suo paese di residenza, gli sta un po’ stretto. Poi, un giorno viene a sapere di un progetto scientifico-sportivo di dimensione internazionale, una spedizione insolita e quanto mai affascinante, il cui solo nome basta ad evocare fantastiche suggestioni; l’Everest Fila Marathon. Si tratta della maratona più alta del mondo, con quasi 5000 metri di dislivello, lungo un percorso verso il campo base dell’Everest. Il progetto prevede la partecipazione di una trentina di atleti provenienti da diverse discipline sportive, opportunamente selezionati e preparati per affrontare una prova tanto interessante quanto pericolosa e temibile, che consentirà agli scienziati di approfondire lo studio degli indici fisiologici in prestazioni sportive ad alta quota. Un albero per l’Everest: così si sarebbe chiamata questa speciale maratona, volta fra l’altro a raccogliere fondi per approntare la riforestazione delle vallate del Parco di Sagarmatha (come si chiama l’Everest in nepalese), impoverite da un disboscamento sconsiderato.
Al nostro Sergio non sembra vero. La corsa, la montagna, l’avventura, cioè le sue passioni ed un unico scopo: prender parte a questa particolarissima corsa. La decisione è subito presa È un sì, un entusiastico sì che vibra di trepidante eccitazione. Comincia così la preparazione, che Sergio vuole accurata e meticolosa. Si rivolge allora al Centro Marathon di Brescia e al dottor Rosa perché gli forniscano il supporto medico indispensabile ad una simile impresa. Non a caso. In questa sede, infatti, da qualche tempo è iniziata una ricerca finalizzata allo studio degli adattamenti fisiologici dello sportivo alle diverse quote e che prevede, in un prossimo futuro, l’allestimento di alcuni campi in zone situate ad altitudini comprese tra i 2000 e i 5000 metri. In quest’ottica Sergio Rozzi si è rivelato un po’ l’apripista di un’esperienza di studio che porterà anche all’organizzazione di trekking per corridori, se non addirittura a vere e proprie gare, ad altitudini elevate. Una volta trovata la risposta ai problemi di carattere medico, il nostro si muove per interpellare gli indispensabili sponsor; bussa anche alla porta di numerosi Enti pubblici e privati chiedendo una qualche sovvenzione, ma niente da fare. Quando si tratta di denaro, sembra che nessuno ci senta. Solo il Comitato Parchi gli tende una mano, organizzando una specie di scambio culturale con Sagarmatha. Da qui la scritta Comitato Parchi sulla maglietta, che Rozzi indosserà nella sua esaltante avventura himalayana. «E che mi si accompagnerà a in ogni altra impresa», tiene a precisare. Tutto sembra procedere per il meglio e la partenza è ormai imminente quando la Maratona dell’Everest viene annullata a causa dell’instabile situazione politica nepalese, che non offrirebbe sufficienti garanzia per la sicurezza dei concorrenti. Ma Rozzi non si scoraggia. E non demorde. Partirà solo, cercando di realizzare quello stesso progetto con le sue forze.
I ritmi sono serrati. Raggiunta Kathmandu con un volo di linea il 10 ottobre ’90, grazie all’interessamento dell’ambasciata italiana trova posto sul volo interno per Lukla (2830 m.), l’ultimo villaggio prima di imboccare la Via del trekking dell’Everest (12 ottobre).
Sarebbe stato anche possibile usufruire di un’alternativa al viaggio aereo, cioè 40 chilometri di camion e poi a piedi per complessivi 8 giorni, ma per Rozzi il tempo stringe: ha chiesto due settimane di ferie per coronare il suo sogno nepalese e bisogna procedere in fretta. Un unico giorno di acclimatamento a Lukla (13 ottobre) e di nuovo in marcia. Pernottamento a Namche Bazar (3440 m.), sede del museo del Parco di Sagarmatha, e sosta a Pangboche (3985 m.), dove sono conservati una mano e uno scalpo che si dice sarebbero appartenuti ad un esemplare yeti!. Oltrepassata Pheriche (4243 m.), dopo quattro giorni di marcia appare finalmente la guglia della Piramide, base scientifica del progetto Everest-K2-CNR a quota 5050 m.. Si tratta di un laboratorio fisso, installato dal nostro Consiglio Nazionale delle Ricerche nel settembre scorso. Questa struttura prefabbricata in vetro e alluminio, dotata di una microcentrale elettrica e di pannelli solari, rappresenta un ambiente ideale per ricerche di alta quota.
«Ero abbastanza affaticato – racconta Rozzi - . Non avevo potuto effettuare il necessario acclimatamento e i disagi dell’altitudine cominciavano a farsi sentire. Oltre ai disturbi di natura propriamente fisica, come capogiri, palpitazioni e una marcata difficoltà respiratoria, affioravano sempre più spesso dubbi, timori, paure. «Ci me l’ha fatto fare?» mi chiedevo un po’ sconsolato. Ero molto nervoso e, per quanto mi sforzassi di non farci caso, lo spettro dell’embolia continuava ad assillarmi. Fortunatamente il destino aveva posto sulla mia strada il dottor Antonio Ponchia, primario di cardiologia presso l’Università di Padova, nonché responsabile del progetto Piramide, sempre nel settore cardiologico, che mi ha rimesso in sesto fisicamente e psicologicamente. Insieme abbiamo concordato di dimezzare la prevista maratona e di limitare la prova a una ventina di chilometri circa, dalla Piramide (5050m.) fino a Periche (4243 m.) e ritorno, sempre per lo stesso percorso».
Alle 12,30 del 19 ottobre Sergio parte per la sua insolita gara. «Mi sentivo bene – dice -, ero determinato e concentrato. Mi sono buttato giù per il sentiero senza pensare a niente e ho corso rilassato fino al giro di boa di Periche. Un bicchiere di tè e via per la risalita. Fino a quel momento la fatica sembrava non pesarmi eccessivamente. I pochi alpinisti incrociati per strada mi fissavano attoniti. Dai Sergio che sei a buon punto! – mi sono detto tra me e me -. Quelle enormi vallate, immerse nel più profondo silenzio, accrescevano la mia concentrazione. Guardavo le possenti vette tutt’intorno e mi sentivo invadere da una grande pace. In un certo senso, mi pareva di percepire la presenza di Dio. Una presenza rassicurante. Ma a circa 4700 metri di quota la strada si inerpica bruscamente e non è più possibile correre. Di botto ho avvertito il cuore che andava su di giri, i polmoni che scoppiavano, le gambe molli. “Ci siamo - ho pensato – mi devo arrendere”. Invece mi è bastato succhiare lentamente una manciata di neve per riprendermi ed arrivare in cima. Certo, ero stremato. Uno straccio. Ma ce l’avevo fatta. Avevo sconfitto i dubbi, le paure, la fatica, l’altitudine. Missione compiuta!»
Sergio ha impiegato 45 minuti per scendere e un’ora e quaranta per risalire, coprendo i circa 20 chilometri in due ore e venticinque. Il dottor Ponchia gli applica il registratore Holter, un apparecchio che verifica le sue condizioni cardiologiche per 24 ore, e ottiene un tracciato rassicurante.
Nonostante il forte calo ponderale (7 chili in una settimana), il suo cuore sta bene, il morale è alle stelle. Rozzi può ripartire soddisfatto per l’Italia. Il premio per quest’impresa? Una bella doccia e un pasto come si deve in una locanda di Kathmandu.

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