Sergio Rozzi corre sull'EverestLo sport che affratella fa scoprire la natura e corre senza indugio alla sua salvezza.
Correre, correre, correre… Dedicarsi allo sport per passione è certamente qualcosa di splendido, ma quando lo si fa anche con la “missione” di trasmettere un forte messaggio d’amore per la propria terra, e più in generale per la salvezza del pianeta, lo è mille volte di più.
Si può riuscire a compiere un’impresa sportiva nel nome della natura? E poi, perché non provare anche ad attrarre i giovani verso lo sport non soltanto nelle città e negli stadi, ma anche nei giardini, in campagna, nei parchi e negli spazi liberi? Si aggiungerebbe così all’equilibrio psicofisico anche una carica rigeneratrice e contagiosa di attenzione e rispetto per il proprio e l’altrui ambiente.
La forza del messaggio sportivo lanciato a favore delle battaglie di civiltà è travolgente. Chi non ricorda la risonanza dei vibranti appelli per la liberazione degli ostaggi italiani diffusi dagli stadi? E a chi sfugge il fatto che ogni italiano all’estero riscuote immediata simpatia (ma talvolta può raccogliere anche qualche ironico commento) soprattutto quando incomincia a giocare con un pallone, o a discorrere di calcio?
Che lo sport sia capace di affratellare persone e genti è cosa risaputa, e lo dimostrano, ancor più che certi campionati mondiali, le intramontabili Olimpiadi. Fin da tempi remoti, luogo e momento speciale per incontrarsi, conoscersi, e gareggiare non da nemici, ma da compagni di viaggio affratellati dalla passione. Ricerche recenti hanno dimostrato in modo convincente che sport, musica e natura costituiscono le risorse migliori per elevare l’anima di una società, che rischia altrimenti di precipitare sempre più in basso. E quando si riesce a mettere insieme un paio di queste risorse, come ad esempio sport con natura, i risultati si vedono.

Lo dimostra la storia di Sergio Rozzi, atleta e maratoneta dilettante che, senza trascurare i propri impegni professionali, ha percorso negli ultimi trent’anni i continenti come vero “ambasciatore sportivo” del Parco Nazionale d’Abruzzo. Ha vinto gare, organizzato eventi, formato giovani, creato il Manuale Sport per l’Ambiente, con un Codice di Sviluppo Sostenibile per lo sport nella natura.
Ma al tempo stesso, con l’appoggio del Comitato Parchi Nazionali, ha stimolato la creazione di aree protette dagli Appennini alle Ande. Riuscendo a creare una importante Riserva Naturale alle spalle della sua città di Avezzano, sul Monte Salviano, dove aveva iniziato a correre fin da ragazzo. E accingendosi quest’anno a festeggiare anche la creazione dell’Area di Conservazione Regionale del Bosco di Titankayocc, nella zona di Ayacucho in Perù. Sorta, anche grazie alle maratone di Vischongo, per la tutela della Titanka o Puya raimondii, la più straordinaria e minacciata pianta della Cordigliera Andina. Una pianta che a 4.000 metri di quota cresce più in fretta del Bambù, guadagnando qualche centimetro in una sola notte. E’ la più grande delle Bromeliacee, perché può raggiungere e superare 10 metri di altezza. Fruttifica soltanto in età avanzata, normalmente dopo un secolo di vita. Offre cibo e rifugio a molti animali della “puna”, l’alta steppa andina, e rappresenta una risorsa molto importante anche per i campesinos. Merita quindi il massimo sforzo di conservazione, contro i tagli e gli incendi che spesso la minacciano… Qualcuno deve muoversi, tutte le energie debbono essere raccolte, sul posto e altrove, per evitarne la scomparsa. E chissà quante altre piante, in remote parti del mondo, potrebbero essere salvate grazie a qualcuno capace di prodigare un generoso impegno a loro favore.
Ma pensiamoci per un attimo: se molti altri sportivi sensibili alla natura si ispirassero a queste vicende, l’effetto positivo di propagherebbe pian piano in mille località e realtà diverse, vicine e lontane. E noi tutti potremmo vivere in un ambiente migliore.

Questo sito fa uso di cookies solo per raccogliere informazioni sull'utilizzo del sito stesso. Proseguendo nella navigazione si accetta l'uso dei cookies.